Il giornalista Milo Infante ha messo “in riga” il comandante dei Carabinieri di Vigevano che partecipò alle prime indagini su Garlasco, Cassese.
Il caso del delitto di Garlasco è tornato al centro del dibattito televisivo e ha acceso gli animi nello studio di ‘Quarta Repubblica’. Protagonisti del confronto sono stati Milo Infante e Gennaro Cassese, comandante della stazione dei Carabinieri di Vigevano che partecipò alle prime indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nel 2007. Al centro della discussione, la perquisizione effettuata nell’abitazione di Alberto Stasi il 14 agosto di quell’anno e l’acquisizione di scarpe e computer.

Milo Infante “inchioda” Cassese su Garlasco e Stasi
A condurre la trasmissione su Rete 4 è stato come sempre Nicola Porro, ma il confronto, come detto, si è sviluppato soprattutto tra il giornalista Milo Infante e l’ufficiale dell’Arma. Cassese è intervenuto per chiarire le modalità dell’attività investigativa, precisando che non si trattò di una perquisizione formalmente disposta a carico di Stasi, bensì di un accertamento finalizzato a cercare materiale riconducibile alla fidanzata.
“In quella circostanza ci ha dato scarpe e computer”, ha spiegato il comandante, sottolineando che gli oggetti furono acquisiti dopo essere stati consegnati spontaneamente. Cassese ha respinto quindi l’ipotesi che i militari abbiano escogitato un espediente per ottenere quel materiale, sostenendo di aver agito nel rispetto di un decreto.
La ricostruzione, tuttavia, non ha affatto convinto Infante che ha contestato apertamente la versione fornita dall’interlocutore. “È stato un trucco”, ha detto il giornalista, secondo il quale la magistrata Muscio, che coordinava le prime indagini, non avrebbe mai autorizzato una perquisizione direttamente a carico di Stasi.
Infante ha messo inoltre in discussione la necessità di cercare elementi che dimostrassero la presenza di Chiara nell’abitazione del fidanzato, ricordando che i due stavano insieme da quattro anni.
I dubbi del giornalista
Cassese ha reagito alle contestazioni, rivendicando la propria memoria dei fatti e negando che i Carabinieri abbiano indotto la Procura a ricorrere a un escamotage. “Noi siamo andati là con un decreto, non siamo andati là di nostra iniziativa”, ha ribadito, aggiungendo che sul posto era presente anche il pubblico ministero.
Infante a quel punto ha rincarato la dose richiamando le tredici ore di interrogatorio precedenti alla perquisizione e chiedendo quale fosse l’obiettivo della ricerca. “Io guardi posso apprezzare la sua simpatia, però davvero, lei ci sta dicendo stasera che voi il 14 Agosto 2007, dopo 13 ore di interrogatorio, siete andati a cercare a casa di Alberto Stasi le prove di che cosa? Del passaggio della sua fidanzata con cui stava da quattro anni?”.
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— Quarta Repubblica (@QRepubblica) October 19, 2026